HOME

MUSIC

FRIENDS

EVENTS

LINKS

E-MAIL

 

A U T O B I O G R A F I A

Carlo si svegliò di soprassalto.

Respirò a fatica l’aria pesante dell’angusta stanzetta ove insieme ai suoi tre amici aveva condiviso la notte.

Di malavoglia si rizzò in ginocchio sul letto cercando al contempo di districare le ciglia per aprire definitivamente gli occhi ancora cisposi.

Uscì dalla stanzetta attraverso il separé del monolocale e liberò le imposte di ogni apertura. Bologna appariva grigia alla finestra, ma sempre immersa in quel suo caratteristico odore di terra muschiosa.

Carlo forzò lo sguardo in direzione delle finestre del vicinato, poi lo alzò indugiando, come al solito, nello sbirciare in uno spiraglio tra i tetti rossi da cui poteva intravedere l’autostrada.

Cominciò a pensare, come faceva spesso, di stare perdendo del tempo. In realtà era piacevolmente spaventato del fatto che in effetti ciò non gli importasse molto.

Eppure c’era qualcosa che non andava.

Era sempre stato un forte sostenitore della smodata sensibilità dell’individuo. Si era pertanto creato uno stereotipo della propria personalità: al centro di ogni cosa poneva il sentimento perché con profonda soddisfazione riteneva di "sentire" pienamente la vita, e così agiva.

Avrebbe voluto dimostrare sempre a se stesso e agli altri quanto valeva in effetti. C’era sempre stata in lui questa intima esigenza ed insieme la speranza di essere un grande uomo intelligente e sensibile al contempo.

In realtà era un sognatore.

Accettava la vita percorrendone le strade inconsciamente, aspettando di riconoscere quei segnali che confermassero le immagini di vita che istintivamente creava secondo i propri modelli: interpretava i fatti come in effetti voleva che andassero.

Sognava della meraviglia di se stesso con l’intento di fare della sua vita una leggenda. Agiva spesso, però, più per gli altri che per se stesso.

Amava la vita svisceratamente e si lasciava coinvolgere avidamente in ogni situazione. Amava la musica più di qualsiasi altra manifestazione d’arte.

In quel momento pensava di sé:

 

Sto rincorrendo me stesso

Dietro i profili di un’estasi perduta

Sto ricercando una pace

Intinta di fatui bagliori

Di orgoglio, di fiducia

Verso un uomo

Che ho voluto costruire

E che forse ho perduto per sempre

Sto rincorrendo me stesso…

 

Carlo aveva un viso facile da ricordare.

Ogni particolare era come smussato: dagli zigomi alle zone cartilaginee delle narici era un tutt’uno che sembrava mettere in evidenza il taglio degli occhi leggermente incavati e molto piccoli.

 

 

Era uno dei tanti ragazzi agiati che lasciano il proprio mondo così facilmente ed istintivamente costruito sotto la protezione dei genitori per tentare il grande salto nel mondo dell’Università.

Carlo aveva deciso di compiere i propri studi a Bologna, lasciando la Sicilia dove aveva vissuto per circa 14 anni.

Il suo era un ritorno alle origini in quanto a Bologna era nato quando il padre era ancora studente in Medicina ed ivi aveva vissuto i primi quattro anni della sua vita.

Ma la permanenza a Bologna gli pesava alquanto perché i suoi pensieri erano costantemente rivolti in Sicilia alla ragazza che amava profondamente.

Sentiva anche molto la lontananza della famiglia e specialmente dai suoi genitori verso i quali nutriva un affetto immenso quasi pensando di dover loro qualcosa.

Ammirava fortemente la posizione del padre che era Primario Ospedaliero in un grosso centro della Sicilia e per essere degno di lui lo aveva sempre emulato, cercando di dare sempre il massimo di se stesso alle Medie e al Liceo raggiungendo con orgoglio sempre degli ottimi risultati.

Ora voleva serbare il meglio per l’Università.

Ma a Bologna era andato anche per un’altra ragione: insieme con il suo amico di sempre, Alessio, avevano deciso di tentare il tutto per tutto per realizzare l’affermazione del gruppo rock che avevano tirato su dal nulla cercando di raccogliere in unico concetto, tradotto in musica, le loro esperienze di vita.

Erano bravi e soprattutto sensibili: forse avrebbero fatto fortuna.

Carlo cominciò a rimuginare sulla sua effettiva devozione alla musica: voleva più diventare un bluesman o un ingegnere?

- Che cazzo stai facendo, Carlo?

- Ciao, Alessio, sempre allegro di prima mattina!

- Con tutto il bordello che fai non si riesce manco a dormire... Tu e le tue manie di alzarti presto. All’alba. Di notte, quando sfiga ti pare e piace. Hai sempre la paranoia di tornartene in Sicilia e di trasferirti a Palermo?

- Baffanculo Ale’, alzati e non rompere i coglioni. Sveglia quello stronzo di Angelo e controlla un poco Schizzo che sono già le dieci.

Alessio proruppe nella risata più scema che sapeva fare: prese a calci le spesse coperte e cominciò a pungolare il deretano di Angelo, raggomitolato nell’altro lettino, con una spilla da balia.

- Oh, ma sei scemo?

- I’m only assassing, my friend, susiti (alzati) che è tardi.

Carlo decise di ritornare in Sicilia e di trasferirsi all’Università di Palermo.

 

 

 

Bologna, sabato 9 e domenica 10 giugno 1984

 

Ho appena finito di sistemare i libri e le numerose scartoffie sul tavolo da disegno e di tornare a letto, dopo una lunga giornata di studio, proprio non me la sento.

Possibile che per comunicare con qualcuno io debbo rivolgermi a me stesso? Ma cosa sta succedendo? A volte mi faccio paura: sembra che da un momento all’altro debba impazzire: non apro bocca se non per dirmi "coglione" dinanzi allo specchio o per cercare di decifrare le bestialità che sento fuori dalle finestre.

Ho, suppongo, un eccessivo bisogno degli altri e forse mi basterebbe, nella tranquillità, sentire in lontananza la TV dei miei, incazzatissima di lavorare senza qualcuno che la guardi.

- Ma che diavolo ha messo la stronza di Rai Stereo Notte?

Di buon mattino cerco di sentire di scarto la voce di mia madre che rimprovera il nonno, sebbene pur nel dormiveglia riesco a rendermi conto di non essere a casa mia.

Ancora cinque giorni e sono da te, amore; ancora cinque giorni e mi addormenterò sentendo il brontolio del mare sotto la finestra; ancora cinque giorni e comincerò a dare i primi segni di follia… e poi ancora venti giorni e forse qualcosa si deciderà…

Mi chiedo che cosa ci faccio in questo cazzo di mondo… ce la farò mai?

Mi guardo intorno: solo questa stanza squallida dalle mura maculate di vecchiume e quasi gaudente del fatto che io non possa dedicarmi completamente all’irrompere delle sensazioni estive, ch’io non possa dare il giusto peso al fatto che oggi è già il 10 giugno… ma l’estate non è ancora cominciata e, del resto, la scuola per me comincia solo oggi.

Sarà meglio che m’addormenti…

 

 

 

 

11 Giugno 1984

 

C’è il sospetto che oggi abbia fatto il miglior disegno del corso eppure non riesco a tranquillizzarmi, oppure tranquillo lo sono fin troppo.

Certo non è facile tenersi in contatto con il mondo in queste situazioni.

E’ facile intraprendere una via, ma penso sia molto difficile percorrerla nel migliore dei modi convinto come sono che la strada più difficile da percorrere è quella che porta verso noi stessi.

C’è qualcosa in me che mi porta a spingere sull’acceleratore; una cara amica mi ha insegnato in tali frangenti di ripetere sino all’ossessione la frase: "hoc est tibi pervincendum" e, indubbiamente, la tua dolcezza. Dio, quanto ti amo! Mi ha aiutato a prendere la vita il più bonariamente possibile, nonostante la mia profonda avversione verso il sistema della natura e alle sue negative influenze sugli uomini.

Il guaio è che mi sento abbastanza contento da illudermi di amare il mondo – e forse lo amo davvero.

E’ vero, oggi mi sento tranquillo.

 

 

 

 

12 Giugno 1984

 

L’attesa mi snerva. Chissà cosa stai sognando in questo momento. Dio sa come vorrei specchiarmi nei tuoi occhi, proprio ora, anche se sono le due di notte.

Mi sento in coma: non riesco più a collegare i concetti che da due ore ho finito di ripetere…

Che io debba restarci fottuto?

Questa maledetta stanza proprio non vuole essere accogliente e se chiudo gli occhi la rivedo mentre si deforma e prende i colori cupi della desolazione. Voglio che la notte scorra via veloce.

Sarà meglio che m’addormenti.

 

 

 

 

13 Giugno 1984

 

Bentornato, non mi resta che augurarti 30 di questi giorni, il più possibile vicini tra loro, in modo che nella loro brevità, possano sembrare 110.

Oh, ma sono davvero io?

So I pretended to have wings for my arms, and took off in the air...

 

BACK TO BIOGRAPHY

 

MUSIC

FRIENDS

EVENTS

LINKS

E-MAIL